Apr 04

Meditazione della Celebrazione del Venerdì Santo

Di

Tardi ti ho amato,
bellezza così antica e così nuova,
tardi ti ho amato.

Ti ho amato in ritardo, ad esempio, quando ho estratto la spada come lingua tagliente per ferire gli altri, rifiutando di riporla nel fodero; oppure avrei potuto lasciarla lì, insieme alla tua mano, e così avrei potuto costruire relazioni libere da giudizi fendenti e affrontare con te, meglio, le mie difficoltà con gli altri.

Ti ho amato tardi, anche, quando non ho saputo vedere la nobile bellezza del tuo volto ieratico mentre affermavi di aver sempre parlato in pubblico con chiarezza e lucida ispirazione, senza compromessi, e me la son presa, magari anche giustamente, solo per lo schiaffo vile di una guardia che intendeva punire quella che considerava la tua impertinenza per un suo puro servilismo verso il potere costituito. Sembra quasi che io preferisca all’annuncio dell’avvento del tuo Regno, il risentimento verso la sola messa in discussione dei cosiddetti valori non negoziabili. Il vangelo non è una dottrina, ma un incontro.

Tardi ti ho amato quando, per ben tre volte e in tante innumerevoli occasioni, ho fatto finta di non conoscerti nella mia vita di ogni giorno, nel tuo farti storia vicina e quotidiana. Questo è successo e succede ancora, finché il canto di un gallo, un evento ‘squillante’ della vita, non mi risveglia: quei suoni aprono il mio cuore; mi permettono di osservare gli abissi delle mie paure sì ma, come un’alba, riesco a scorgere il mio cambiamento possibile.

Che dire ancora della tua bellezza, così antica e così nuova, di fronte ai poteri civili e religiosi? Erano così spaventati dalla tua presenza sulle strade della vita vera, che cercavano, in ogni modo, di cancellare la tua coerenza. Volevano caricarti anche i fallimenti delle loro leggi e delle loro regole sterili e, sulle tue spalle, hai preso anche per loro la croce. Anche quei capi, li hai accolti fino in fondo, fino al silenzio più intimo e sincero: hai continuato a dire chi eri, chi sei, l’amore che doni e che la verità dell’uomo e del mondo sei tu. Tra quelle spalle caricate, il tuo cuore si sarebbe squarciato anche per loro.

Tardi ti ho amato quando ho gridato tra la folla anch’io, con egoismo: «meglio il delinquente del profeta»; oppure: «prima noi! poi gli altri»; «crocifiggili quelli, tanto che me ne frega!» … o anche quando ho sussurrato dentro di me, con più egoistica cautela e lamentela: «vengo prima io, poi l’altro». Ho messo in mostra fuori e dentro di me l’individualismo più gretto e povero, forse condizionato da un fare abitudinario o da un pensiero di massa omologato… e tu eri lì, presentato a tutti come la brutta fine dell’umano, condannato, vittima delle divisioni della terra.

Eccolo l’uomo. ‘Ecce Homo’. In te si riflette un’umanità privata della sua dignità, sputata, schiaffeggiata, incoronata con le spine che feriscono più di tutte: l’indifferenza, l’ignavia più subdola, il prendersi gioco dell’altro inutilmente, il farsi giustizia da sé, la sete di potere e di ricchezza, la cattiveria spietata, l’umanità fatta merce… Tu eri in croce, proprio in mezzo a questa umanità crocifissa. Tu sei in croce.

Tardi ti ho amato anche quando, dalla croce, tu hai visto in tua madre anche tutte le madri che oggi perdono i figli nel Mediterraneo e nei deserti delle tratte umane, o in Ucraina come in Palestina, in Iran; o come a Cuba, ad Haiti, in Sud Sudan, in tutte le guerre e le tragedie del mondo. Ho letto in ritardo il labiale silenzioso di tua madre e di tutte le madri davanti al loro figlio in croce, che diceva: «Dov’è ora la tua bellezza, figlio mio? Eppure, ti amo ancora di più ora che sembri perso». E tu, Gesù, con cuore grande, hai affidato tua madre al discepolo che amavi di più. Hai affidato tutte le madri ai discepoli che ami di più — me, ognuno di noi — affinché potessimo accogliere e proteggere oggi tutte queste mamme, almeno un pochino. Ecco tuo Figlio. Ecco i tuoi figli.

Tardi ti ho amato quando hai consegnato di te ogni cosa fino in fondo, tutto te stesso, per infinito ed eterno amore. Hai donato l’Amore stesso come Spirito, come soffio divino, come intimo respiro affinché continuasse a vivere in me e in ciascuno di noi, perché ne sentissi la mancanza come l’aria, svelando di più la tua bellezza così tanto antica, quanto più sempre nuova.

Il corpo deposto, sepolto in una tomba nuova, da lì a poco non ci sarà più, rifiorirà, per sempre, dall’albero della croce come nuovo albero della vita dell’Eden; il tuo profumo si espanderà nel mondo come giardino da rinnovare.

Eppure, ancora, tardo ad amarti, bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato.
Tu eri dentro di me, ed io fuori, nelle apparenze. E là, fuori e lontano, ti cercavo, e forse ti cerco ancora.

Ma aiutami ad amarti ora, a farmi amare da te, a cercarti dove sei davvero, ora.
Il tuo amore non è mai in ritardo: trovami tu e che io possa farmi trovare.
AMEN.

Francesco Paolo Monaco

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